...Parole, suoni, fantasmi nella nebbia...
LIKE A GIANT IN A TOWEL – PETER KERNEL – ON THE CAMPER RECORDS
Un senso di estraniante bellezza mi ha colto nell’avvicinarmi ad un’opera complessa ed enigmatica come Like a Giant in a Towel, uscita per On The Camper Records nel 2005, una giovane etichetta indipendente svizzera che per bocca dei suoi ideatori Yuri Ruspini, Aris Bassetti e Barbara Lehnoff, esprime la sua filosofia con queste parole:
"Fin dagli inizi ci siamo posti l’obiettivo di realizzare un risultato che andasse ben oltre l’autopromozione e il sostegno reciproco tra compagni di squadra. Dalle nostre parti mancava più di ogni altra cosa la "visione d’insieme", la pianificazione di una serie di appuntamenti musicali "fuori dalle regole", la possibilità di godersi esibizioni di gruppi dal vivo che esulassero dal triste contesto delle competizioni tra gruppi "emergenti" decise dall’applausometro o dal circuito delle cover band. In diversi casi nelle serate che organizziamo (The O’s Party) non suona neppure uno dei gruppi dell’etichetta, ma band ospiti provenienti dal resto della Svizzera o dall’Italia. Cerchiamo di promuovere una nuova forma di rispetto e consapevolezza nei confronti delle realtà che stimiamo, prima di tutto"." (Tratto da Rocklab.it, ad opera di Michele Pinto)
Un’opera bifronte è Like a Giant a Towel: una faccia, è il film sperimentale girato da Barbara Lehnoff e musicato dai Peter Kernel, e l’altra, non meno importante, è la colonna sonora estesa degli stessi Peter Kernel, protagonisti attivi anche della pellicola.
La visione del film, già dal sottotitolo, The Human Experience, mi ha provocato un profondo senso di smarrimento, acuito, smorzato e poi ancora acuito per il ritrovarsi in una sperimentale pellicola di cinema muto, scossa dal tremito di una telecamera parkinsoniana, frenetica nelle sue ripetizioni nell’ombra di uno sgranato giardino incantato che fa d’ambientazione livida ad un tristissimo Alice maschile precipitato in un paradiso terrestre che ricorda la pagina di Biancaneve prima di mangiare la mela:
"La mela era fatta così bene che era avvelenata soltanto dalla parte rossa. A Biancaneve quella belle mela faceva gola, e appena vide che la contadina la mangiava, non poté resistere, stese la mano fuori dalla finestra e prese la metà avvelenata della mela. L’aveva appena morsa che cadde a terra morta",
movendosi su un prato che è la mia stanza, la tua, la vostra stessa stanza, attanagliati da un ritmo incalzante seppur rallentato, con percosse continue sulle pupille, sulle orecchie, che pretendono attenzione dallo spettatore, con l’Indecifrabile aggrappato ad una scala aperta e tesa verso un panorama di catene montuose e cielo splendente, spaccato da una fata danzante (Valentina Schwarz) dalle cineree sembianze e gesti di una quotidianità troppo spesso celata e ripudiata, fatta di sguardi, occhiali e cravatta (Aris Bassetti), giacca e braccio catapulta (Dawis Pulga) e riccioli (Barbara Lehnoff), per 18 minuti e 30 secondi da scoprire, guardare e riguardare.
Stessa affascinante sensazione scatena la colonna sonora dei Peter Kernel, una formazione deragliante e nervosa, che sembra suonare rinchiusa in una stanza di un motel di periferia dimenticato su una strada assolata di rovine e boccioli luminosi in continua fioritura. È un disco non facile, sia chiaro, di un temperatura allo stesso tempo bollente e glaciale, con un inizio incandescente che t’impedisce di star fermo, I Counted them to Die Property e On Tuesday I Polish my Uncle, due pezzi incalzanti da corpi risucchiati in un vortice di chitarre, (Aris Bassetti e Anita Del Siro), basso (Barbara Lehnoff) e batteria (Dawis Pulga), supportati dalle voci di Aris e Barbara che ti si sbattono contro il petto, che spengono la luce e ti fanno precipitare nel buio profondo, per poi lasciare spazio a composizioni di pochi minuti da cui la voce viene bandita per lasciare campo aperto e voce piena agli strumenti, raggiungendo un culmine meraviglioso nel trittico Sweet Black Rat, Apples e C’est Impossibile, Elle Est Fou, che sembra seguire i passi di un viandante che rimbalza fra l’asfalto e un letto sfatto, con il ventilatore che non può nulla contro il caldo asfissiante dell’inverno e che poi si disperde nel lunghissimo finale del disco.
Sarebbero fin troppo semplice e irriguardoso parlare dei Peter Kernel citando decine di gruppi, scene, ma risulterebbe a mio parere stupido e irriguardoso nei loro confronti, per la sincerità e la schiettezza espressa dal disco che fa ben sperare per il loro vero debutto previsto per la fin dell’anno e ogni volta che riascolto quest’ora abbandonata di musica pura, mi metto alla finestra con lo stereo alzato e m’immagino la mia Apocalisse: descritta da Cormac McCarthy, musicata dai Peter Kernel e girata da Terrence Malick fra onirico e crudezza, fra carne viva ed esplosioni di violenza, fra colori pieni e solitudini di bellezza.
Contatti: www.onthecamperrecords.com
recensione sopraggiunta guidando lungo l’autostrada svizzera, all’inizio dell’autunno, e conclusa dopo il cambio dell’ora)
(a)nd)

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